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Il
Marocco di Adriana di Adriana Fontanella |
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“….Ovunque io vada, il mio paese mi manca. Salgo su una collina e guardo lontano. Una luce brutale mi abbacina. Quello che vedo è bianco. Nudo e sempre uniforme. Una distesa di terrazze che si rincorrono all’infinito. Dei panni stesi asciutti sulle corde….. Il paese si nasconde sotto queste terrazze imbiancate a calce…..Questo colle è posto in alto, sulla vecchia montagna di Tangeri; e sono invece le terrazze di Fés che vedo. …Una città si è confusa con l’altra. Le immagini si sono sovrapposte. …Non sogno che quello che mi manca…..”
In queste frasi tratte dal romanzo di Tahar Ben Jelloun, “Lo scrivano”, vi è tutta la nostalgia dell’autore marocchino per la sua terra. Anche noi, rientrati ormai da qualche mese dal Marocco, proviamo un po’ di quella nostalgia, tant’è che pensiamo di ritornarvi. L’idea di questo viaggio è venuta all’instancabile Buttignon: << Al prosimo an, in primavera, go voia de andar in Maroco ! Vegneo anca voi?>>. L’invito era rivolto a me e a mio marito. Così ai primi di febbraio iniziamo i preparativi. Ci documentiamo il più possibile su questo Paese, sulle difficoltà da superare e le precauzioni sanitarie da seguire. Le informazioni raccolte sono contrastanti e l’incognita del viaggio crea un po’ di apprensione. Per non trovarci impreparati portiamo una buona scorta di farmaci e di alimenti. Dotiamo il camper dei supporti basilari di emergenza come una tanica, un imbuto flessibile ed un sottile gommino per travasare il gasolio qualora uno dei mezzi rimanesse senza carburante. Buttignon, che prevede di raggiungere l’oasi di Merzouga a bordo del suo camper, fissa sul retro una ruota di scorta supplementare. Ma la puntigliosa organizzazione si rivelerà inutile poiché, strada facendo, troveremo tutto il necessario: le stazioni di servizio sono attrezzate come in Europa, le farmacie sono fornite di medicinali tradizionali ed omeopatici , nei souk (mercato) si possono comprare i generi alimentari di prima necessità e dell’ottima acqua minerale. L’acqua minerale gassata è particolarmente gradevole e prenderà ben presto il posto del prosecco ( ovviamente per le bollicine) terminato, ahi noi, anzi tempo! Il viaggio di avvicinamento è lungo, ma attraversare la Spagna a primavera è piacevole per il bel tempo e il traffico scarso. A Ceuta, enclave spagnola in terra d’Africa e porto franco, incrementiamo la scorta alimentare, quindi raggiungiamo la frontiera col Marocco. Il primo impatto non è confortante: il luogo è gremito di individui sempre in agguato nel tentativo di sottrarre qualche cosa ai viaggiatori distratti mentre i poliziotti cercano inutilmente di dissuaderli. Noi donne rimaniamo a fare buona guardia ai camper, gli uomini invece espletano le formalità di ingresso con l’aiuto di un mediatore che, per poche lire, si offre di accelerare le operazioni. Da qui in poi l’itinerario ci porterà attraverso i campi coltivati del nord, le foreste di querce e di cedri secolari, gli aridi altipiani delle montagne dell’Atlante, le verdi oasi delle valli fluviali, ricche di palmeti ed alberi da frutto, alla meta più eccitante del percorso: il deserto di sabbia. L’obiettivo comprende anche la visita delle città imperiali: entreremo nella loro storia camminando nei vicoli delle medine ( centri storici) traboccanti di umanità fra i colori dei tappeti e delle ceramiche, i profumi delle spezie e gli odori pregnanti delle attività artigianali. Tra una tappa e l’altra percorriamo lunghi tratti di strada senza incontrare anima viva. Ogni tanto incrociamo una jeep o un mezzo di trasporto pubblico. Tutto intorno sembra disabitato. Ma appena ci fermiamo per fare una fotografia, spuntano dal nulla i bambini che si avvicinano ai camper chiedendo “stylo et bonbon”. Li accontentiamo. Subito altri si fanno avanti, e spesso fatichiamo a ripartire. Li troveremo ovunque e, per tenerli a bada, bisogna aver sempre pronta la scorta di penne e caramelle. Anche i venditori di souvenirs ci assillano con le loro offerte e spesso cediamo alle pressioni comprando qualcosa, non prima però di esserci accordati sul prezzo finale che dovrà essere almeno la metà di quello richiesto. Un acquisto, piccolo o grande che sia, prevede sempre una trattativa che, una volta iniziata, il venditore intende concludere ad ogni costo, anche rincorrendo il potenziale acquirente. Queste sono esperienze che ricorderemo assieme alle meravigliose immagini dei panorami offerti dalla natura, al fascino delle città imperiali e al piacere di aver vissuto una realtà rimasta ferma al passato dove la frenesia di noi europei si placa a contatto coi silenzi del deserto o nella pace delle oasi interrotta solamente, cinque volte al giorno, dalla voce del muezzin che chiama i fedeli alla preghiera. Ma queste emozioni, vissute con “spirito turistico”, non riescono a celare la realtà del grave disagio economico in cui versa il Marocco; una situazione che è dovuta alle contraddizioni di un’organizzazione sociale legata alle antiche tradizioni in contrasto con i fermenti innovatori. Le immagini di un Occidente opulento, trasmesse dalle paraboliche presenti ovunque, rappresentano un miraggio per molti giovani che scelgono di emigrare nella speranza di una vita migliore. In questo contesto si giustifica anche la presenza di quei personaggi che, per qualche dirham (moneta locale), si improvvisano guide, mediatori o venditori. Alcuni di essi sembrano aver imparato l’arte di arrangiarsi offrendo oggetti contraffatti come pietre dure in plastica o fossili sapientemente scolpiti nella pietra. Quelli che hanno un’occupazione lavorano in condizioni difficili e con sistemi che ricordano il periodo preindustriale europeo. Un esempio ci viene fornito dalla visita alle concerie del quartiere di Chaoura a Fès, dove l’odore, così forte e nauseabondo per il nostro stomaco, è sopportato quotidianamente da giovani uomini che lavorano dentro vasche scavate nella pietra immersi fino al ginocchio in una miscela di acqua, calce e tinture. Attraverso un’angusta porta la guida ci conduce ad un terrazzo panoramico che dà sulle concerie. Lo spettacolo è incredibile e il miasma insopportabile. Siamo presi dalla nausea e da un senso di pietà per questa gente che lavora in condizioni incredibili. La guida ci offre qualche foglia di menta da mettere sotto il naso per resistere al puzzo giusto il tempo di qualche fotografia. Fuori della medina alcuni bambini giocano scalzi nella polvere fra le immondizie sparse dappertutto mentre altri, nei laboratori di ceramica, seduti per terra a gambe incrociate, riducono a tessere di mosaico le piastrelle di maiolica. Alte volute di fumo acre e nero escono dai camini dei rudimentali forni alimentati dalla sansa di olive nel quali vengono cotte le ceramiche. A Meknes, Fès e Marrakech è più netto il contrasto fra il presente e la memoria storica dell’antica opulenza di queste città testimoniata dalle imponenti strutture urbane, le preziose moschee e le mederse (scuole coraniche) riccamente decorate. Mentre Meknes e Fès sembrano chiuse nel loro passato, Marrakech è una città cosmopolita visitata ogni anno da due milioni di turisti. La piazza Jemaa el-Fna è un autentico centro di attrazione che funziona tutto il giorno. Al mattino è sede di un vasto e colorato mercato; il pomeriggio si anima di giocolieri, saltimbanchi, mangiatori di fuoco, incantatori di serpenti; la sera si trasforma in un grande ristorante all’aperto dove numerosi chioschi offrono le loro specialità. Ci aggiriamo fra gli “stands” gastronomici attirati dai diversi menù ed inebriati dagli odori delle pietanze fumanti. Cuochi ed imbonitori tentano di farci sedere ai tavoli mostrando il cibo trattato con le mani e servito su piccoli piatti. La cucina marocchina è considerata una delle migliori del mondo e la tentazione di cedere alle lusinghe del palato è forte ma le condizioni igieniche ci dissuadono. Perdiamo così l’occasione di assaggiare le lumache, la testa di montone bollita, il tajin ( stufato di carne e verdure) e di bere tè speziato. Ci congediamo da questa serata magica e dalla città con un po’ di rimpianto e con la promessa di ritornarvi. Lasciamo Marrakech per raggiungere Ouarzazate attraverso il passo Tizi n’Tichka fra paesaggi indimenticabili. Scendiamo nella valle delle kasbah. Le vecchie costruzioni in terra rossa, la maggior parte delle quali è ormai in rovina, compaiono numerose lungo il percorso e caratterizzano l’ambiente. Alcune, erette in posizione strategica come avamposto delle truppe francesi, sono di recente costruzione, altre invece sono antiche case rurali. Lungo il corso dei fiumi e nelle oasi, dove la presenza umana è maggiore, l’insieme di più kasbah dà origine agli ksour, villaggi fortificati che comprendono le abitazioni di numerose famiglie ed hanno una entità amministrativa autonoma. Dalla valle delle kasbah ci inoltriamo fra le montagne dell’Atlante a contatto con una realtà che non ha subito variazioni da chissà quanto tempo. Percorriamo con la jeep la pista che dalla Gole del Todra porta a 2800 metri su di un altipiano arido battuto dal vento dove, fra le rocce, vivono i trogloditi. Il nostro autista si ferma per portare loro dell’acqua. La sosta permette di scattare qualche fotografia ai bambini che sono bellissimi e ci sorridono. Avanziamo qualche dubbio sul fatto che questi berberi possano vivere qui tutto l’anno poiché il loro aspetto non rivela i disagi di una vita dura. Sospettiamo che siano una presenza stagionale per attrarre e sorprendere i turisti, ma la guida conferma che la montagna è la loro dimora abituale e che, anche d’inverno, vivono nelle grotte, riscaldati soltanto dal calore degli animali ospitati nei loro stessi ricoveri. Scendiamo per la valle del Dades fra spettacolari montagne dalle svariate tonalità di colore dove le rocce hanno strane forme modellate dal vento incessante. Lungo il corso del fiume la terra è coltivata e numerosi sono i villaggi in terra e fango che si confondono con le rocce. Ormai pochi chilometri ci separano dalla tappa più ambita ma, in prossimità di Erfoud, ultimo avamposto prima del deserto, veniamo investiti da una tempesta di sabbia. Il luogo si mostra inospitale: la sabbia scherma il paesaggio e ne lascia intravedere soltanto i contorni. Le condizioni atmosferiche, tuttavia, non frenano il desiderio raggiungere l’oasi di Merzouga, il villaggio berbero in pieno deserto a ridosso delle dune più alte del Sahara. Ci avventuriamo pertanto con la jeep sulla pista che conduce all’oasi. Per 50 chilometri veniamo sballottati dallo zigzagare dell’autista che cerca il percorso migliore per non finire insabbiati. Non vediamo nulla, sentiamo soltanto gli effetti del vento che fa penetrare la sabbia all’interno della jeep. D’improvviso appare la sagoma sbiadita di Merzouga rischiarata da un sole pallido che sembra aver lasciato anzitempo il posto alla luna. Qualcuno aveva declamato la bellezza del tramonto nel deserto come uno spettacolo irrinunciabile. Adesso che sono qui, guardo verso il sole e provo ad immaginare lo spettacolo che avrei voluto vedere….mi vengono in mente solo le nebbie della Val Padana. Proprio adesso il bel tempo ha tradito le nostre aspettative, ma l’appuntamento col tramonto nel deserto è soltanto rimandato!
Abbiamo consultato: la guida verde del Touring, la guida “Marocco” – guide edt, la rivista “Traveller” Condé Nast, la rivista “in Viaggio” – Giorgio Mondadori
Qualche sito interessante: www.sahara.it www.web.tiscali.it/alitour www.viaggiaresicuri.mae.aci.it
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